• Giulio Di Pietrantonio

Covid-19 e rinnovabili: perché questa crisi potrebbe tenderci una mano

Aggiornato il: 11 mag 2020

Le crisi sono spesso motivo di riorganizzazione in ambito aziendale ed offrono, seppur in maniera forzata, opportunità per ripensare lo status quo in termini strutturali quanto strategici. Ci sono questioni, infatti, che la pandemia di Covid-19 ci ha fatto mettere da parte e che, una volta tornati alla normalità, saranno lì ad attenderci. Una di queste è senza dubbio quella riguardante il cambiamento climatico. Lo scorso febbraio è stata infatti misurata la temperatura record di 20.75 gradi centigradi in Antartide e ciò non è affatto un segnale positivo.

Man mano che la crisi sanitaria cede il passo ad una crisi economica globale senza precedenti, è di cruciale importanza porre le basi per la ripartenza e questo periodo potrebbe fornire un assist verso una transizione energetica pulita. Chi si occupa di gestione delle crisi aziendali come Kelly Stepno, senior director per la gestione delle crisi di APCO Worldwide (agenzia internazionale di consulenza strategica specializzata in comunicazione e relazioni istituzionali), in un articolo presente sull’account Twitter aziendale, spiega come “bisogna pianificare ora […] per stabilire un solido punto d’appoggio in modo da uscirne più forti”, e ancora “riconosco che questa potrebbe non essere un’opzione per tutte le organizzazioni. Comunque, ove possibile, è importante elaborare una strategia per il futuro” (@apcoworldwide, Marzo 19, 2020).

Ma se l’organizzazione in questione è lo Stato italiano, ecco che “ove possibile” diventa invece “necessariamente”, ed ecco che questa crisi potrebbe fornire un’occasione per rilanciarsi. Come? Per esempio puntando sulle energie rinnovabili.

Uno shock globale


La pandemia di Covid-19 rappresenta il più grande shock degli ultimi settant’anni per quanto riguarda il sistema energetico globale. A confermarlo sono i dati del Global Energy Review 2020 a cura dell’International Energy Agency (IEA), che ci dicono di un calo della domanda energetica globale del 3,8% nel primo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Inoltre, secondo le loro proiezioni (dipendenti in larga parte dalla durata e dalla diffusione dei lockdown) la domanda globale di energia sarebbe destinata a diminuire del 6% (-10% in UE e Stati Uniti) nel corso del 2020, per un ammontare equivalente alla somma dei fabbisogni di Francia, Germania, Italia e Regno Unito nel 2019. E ancora, in termini di CO2 si avrebbe una riduzione dell’8% delle emissioni provenienti dal settore energetico nel 2020 rispetto al 2019. I bassi costi operativi e le corsie preferenziali di accesso alle reti elettriche, insieme alla recente aumentata capacità, portano infatti ad attendere aumenti nella domanda per rinnovabili (discorso a parte va fatto per i biocarburanti, i quali vedranno comunque un calo della domanda come conseguenza di una minore attività nel settore dei trasporti), mentre per le altre fonti sono attese contrazioni della domanda.

Un dato sicuramente positivo per il nostro ambiente ma che purtroppo è frutto di morti premature e recessioni economiche. A proposito di ciò Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA, memore del boom di emissioni di CO2 post-crisi del 2008 e temendo la stessa sorte nella fase di ripresa, afferma “i governi possono imparare da quell’esperienza mettendo le tecnologie energetiche pulite al centro dei loro piani di rilancio economico. Investire in quelle aree può creare lavoro, rendere le economie più competitive e guidare il mondo verso un futuro energetico più resiliente e più pulito”. A tal fine, l’IEA identifica tre punti per fare significativi progressi nella transizione ad un’energia pulita e gettare le basi per una ripresa economica:

- Un’agenda ambiziosa per la creazione di posti di lavoro e obiettivi in materia di cambiamento climatico.

- Leadership del settore pubblico nell'investimento nell'energia pulita (in quanto i governi indirizzano direttamente o indirettamente oltre il 70% degli investimenti energetici globali).

- Rendere l'efficienza energetica, le energie rinnovabili e l'immagazzinamento delle batterie centrali per la ripresa economica.

La realtà italiana


Nell’analisi trimestrale del sistema energetico italiano a cura di ENEA, si stima che nel corso del primo trimestre del 2020 i consumi di energia primaria siano in diminuzione di oltre il 7% rispetto allo stesso periodo del 2019. In termini di fonti primarie la riduzione pari a circa 3,5 Mtep (Mega tep, ovvero un milione di tonnellate equivalenti di petrolio) in meno rispetto ai primi tre mesi del 2019, è stata trainata da petrolio e gas (-1,5 Mtep circa ciascuno, -12% il petrolio, -6% il gas).

Andando invece ad analizzare la situazione dello scorso anno, per quanto riguarda le fonti primarie nel corso del 2019, la quota di fossili nel mix energetico si attesta al 75%. Il gas si conferma prima fonte energetica (36% del mix), seguito dal petrolio e dalle Fonti di Energia Rinnovabile (FER a +1,3% rispetto al 2018), le quali rappresentano circa un quinto del totale mix energetico. Il grafico seguente mostra quanto appena esposto.


Consumi annui in Italia, Mtep su asse sx e % su asse dx (ENEA 2020).



L’indice ISPRED, che riporta i progressi compiuti su prezzi dell’energia, sicurezza energetica e decarbonizzazione ed il suo valore può variare da 0 (elevata criticità) a 1 (elevato soddisfacimento del trilemma), cala (per il quarto anno consecutivo) dell’8%, attestandosi a quota 0,43 a fine 2019. Dunque, al di sotto della soglia di 0,5 che demarca la situazione di peggioramento relativo rispetto all’intero orizzonte temporale preso a riferimento. Il calo dell’ISPRED è dovuto largamente alle componenti decarbonizzazione (-7%) e prezzi (-14%). Focalizzandoci in questa sede sul primo, il peggioramento è dovuto a due fattori: il calo delle emissioni di CO2 del settore elettrico (dovuto principalmente alla graduale eliminazione del carbone) e la crescita delle fonti rinnovabili (quota sui consumi di energia ferma a poco più del 18%, lontana dall’obiettivo del 30% entro il 2030), entrambi risultati insufficienti a rimanere sulla traiettoria coerente con gli obiettivi per il 2030 contenuti nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).

PNIEC il cui testo definitivo è stato inviato lo scorso gennaio alla Commissione europea e che contiene un mix di soluzioni e strumenti per raggiungere gli obiettivi fissati a livello comunitario per il 2030, i quali si collocano nel più ampio quadro dell’Accordo di Parigi. In particolare, l’Italia si pone tali target da qui a dieci anni:

- Emissioni di gas serra al -43% nel settore ETS (facente parte del Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione) e -33% nel non ETS, contro obiettivi UE rispettivamente di -43% e -30%.

- Copertura del 30% del consumo finale lordo di energia da FER, laddove l’UE vorrebbe il 32%.

- Riduzione dei consumi di energia primaria del 43%, a fronte di un obiettivo UE del 32,5%.

- L’abbandono del carbone per la generazione elettrica entro il 2025.

- La dipendenza energetica dovrebbe ridursi dal 77,7% del 2016 a circa il 68% nel 2030.

Tra i propositi che rientrano nel PNIEC figura anche un più ampio sforzo ad accelerare il percorso di decarbonizzazione, considerando il 2030 come una tappa intermedia verso una decarbonizzazione profonda del settore energetico entro il 2050. Tutto ciò tenendo conto di misure e accorgimenti che riducano i potenziali impatti negativi della trasformazione energetica su altri obiettivi parimenti rilevanti, quali la qualità dell’aria e dei corpi idrici, il contenimento del consumo di suolo e la tutela del paesaggio.

Le fonti rinnovabili in Italia


Il report “Fonti rinnovabili in Italia e in Europa” dello scorso febbraio a cura del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) fotografa la situazione al 2018. Ciò che emerge, innanzitutto, è che l’Italia è l’unico tra i principali Paesi UE nel quale si osserva una quota FER sui Consumi finali lordi superiore all’obiettivo fissato dalla Direttiva 2009/28/CE per il 2020. Inoltre, sul totale dei consumi dell’UE28, l’Italia si posiziona al terzo posto per contributo ai consumi di energia da FER e al quarto posto per contributo ai consumi di energia complessivi. Ed infine, tra i cinque principali Paesi UE per consumi energetici complessivi (insieme a Spagna, Francia, Germania e Regno Unito), l’Italia registra nel 2018 il valore più alto in termini di quota coperta da FER (17,8%), come mostrato nel grafico seguente.



Da quanto sopra esposto si evince che, sebbene il Bel Paese parta da una buona base per il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030, la flessione dell’indice ISPRED nel 2019 ci dice che non ci si può cullare sugli allori, risultando pertanto chiaro che bisognerebbe investire in maniera ancora più decisa nella decarbonizzazione in modo da accelerare il processo.







% FER su consumi energetici complessivi (GSE 2020).


Il bisogno di una visione di medio-lungo termine


È vero che in un momento come quello attuale, in cui sono previsti aumenti nel debito degli Stati e si fatica a trovare fondi per gli aiuti immediati, e con il (cronico) ristretto spazio di manovra fiscale italiano, potrebbe risultare difficile pensare di trovare fondi da destinare al settore energetico. Ma è altrettanto vero che si ha bisogno di crescere per rendere il debito sostenibile e lo si può fare solo se si investe bene ora, con una chiara strategia a medio-lungo termine. Tornare ai livelli produttivi pre-crisi sarà un lento processo, ma il caso Danimarca insegna che è possibile investire in energia pulita e avere un PIL in crescita. Ed è proprio a questo punto che la crisi in atto potrebbe tendere una mano al nostro paese per accelerare il processo di decarbonizzazione e farci fare ciò che in tempi “normali” si sarebbe fatto con molta più gradualità. Si pensi ad esempio alla celerità con la quale molte aziende si sono dovute adattare allo smart working o ancora a come alcuni processi in UE siano stati accelerati rispetto ai tempi standard per via del momento che viviamo.

Esiste infatti un documento chiamato “Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli” in cui è presente la voce “Sussidi alle fonti fossili”, i quali includono sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi (un esempio è l’esenzione dal pagamento di aliquote allo Stato per le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare). Il più recente catalogo, a cura del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, risale al 2018 (riferendosi pertanto ai dati del 2017), nonostante dovrebbe essere aggiornato entro il 30 giugno di ogni anno. A parte ciò, riportando quanto scritto nello stesso documento: “Tutti i sussidi alle fonti fossili devono ritenersi economicamente e ambientalmente inefficienti. Senza la loro rimozione diventerà estremamente difficile, se non impossibile, raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati come comunità globale a Parigi e all’ONU”.

Legambiente ha già chiesto l’anno scorso l’aggiornamento del catalogo e l’inserimento di una road map per la cancellazione entro il 2025 dei sussidi alle fonti fossili nel PNIEC. Per ora l’Italia, oltre a sottoporsi volontariamente al processo G20 di peer review sui sussidi alle fonti fossili e ad affermare di impegnarsi a ridurre tali sussidi, ha fatto ben poco di concreto se si parla di numeri e obiettivi. La stessa Legambiente ha poi pubblicato un dossier in cui spiega come 14,3 miliardi di euro all’anno di sussidi alle fonti fossili siano eliminabili in parte subito e del tutto entro il 2025, mentre 4,5 miliardi di euro possano essere rimodulati, nello stesso settore o in altri. Si parla di 18,8 miliardi di euro, l’1% del nostro PIL.

Alla luce di quanto esposto finora, se si considerano le linee guida dettate dall’IEA, gli obiettivi dell’accordo di Parigi, gli impegni presi con l’UE, questi fondi, se investiti nella generazione di energia pulita, porterebbero molti benefici. Oltre al raggiungimento dei target di decarbonizzazione in sé per sé, si pensi alla diminuzione della dipendenza energetica italiana dalle importazioni ed ancora, nel medio-lungo termine all’impatto benefico che ciò potrebbe avere su ambiente ed economia.

L’Italia sarà tra i paesi ad uscire più malconci da questa crisi ed ha bisogno di una visione strategica lungimirante per ripartire. Uno dei punti che questa dovrebbe includere è quello dell’energia rinnovabile.


Di Giulio Di Pietrantonio

Laurea triennale in Economia e gestione aziendale

Laurea magistrale in Management,

entrambe conseguite all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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