• Giovanni Brunelli

La decisione della Corte Costituzionale tedesca in tema di Quantitative Easing

Lo scorso 5 maggio la Corte Costituzionale tedesca, con sede a Karlsruhe, ha pronunciato una sentenza che, sin da subito, ha destato scalpore ed è stata oggetto di commenti non solo nel ristretto ambito degli addetti ai lavori, ma ha fatto breccia anche nei mass media e nel dibattito politico ed economico.


Effettivamente la portata della pronuncia dei giudici tedeschi potrebbe assumere un esito dirompente; essa infatti, giudicando non rispondente al principio di proporzionalità l’intervento di acquisto di titoli di stato dei Paesi Membri finora compiuto dalla Banca Centrale Europea, pone seri dubbi sulla possibilità di continuare a garantire una forma di sostegno che, per uno stato come l’Italia, si è finora rivelata di cruciale importanza.


La sentenza è stata già ampiamente commentata da numerosi esperti, che ne hanno illustrato le possibili conseguenze sul piano della politica economica e del futuro stesso dell’Unione europea; in questo breve articolo ci limiteremo quindi a contestualizzare e a riassumere l’essenza della sentenza, in modo da permettere anche ai non addetti ai lavori di avere un quadro quanto più chiaro possibile della situazione.

1. Il “conflitto” tra la Corte di Giustizia Europea e la Corte costituzionale tedesca

Oggetto della sentenza della Corte tedesca è stato precisamente il Public Sector Purchase Programme (“PSPP”), ossia il massiccio programma di acquisto di titoli di stato dei Paesi Membri compiuto dalla BCE dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011-2012, che ha rappresentato una vera e propria àncora di salvezza per i paesi più colpiti, Italia inclusa.

Prima di concentrarsi su quali siano nel merito le critiche sollevate dai giudici tedeschi è opportuno chiedersi a che titolo essi abbiano emesso una simile sentenza; in fondo la BCE è un organo comunitario, sottoposto al diritto dell’Unione Europea, e quindi l’unico giudice competente a valutare se essa stia o meno violando il diritto europeo dovrebbe essere la Corte di Giustizia Europea (la “CGE”).

Qui si evidenzia una delle criticità dell’intera costruzione europea; l’Unione infatti, pur avendo molte delle caratteristiche proprie di uno stato federale tra cui il possedere un giudice supremo (la CGE), in realtà rimane pur sempre un’organizzazione formata da più stati sovrani, il che può portare a dei veri e propri “cortocircuiti istituzionali”.

La Corte tedesca giustifica la legittimità della propria sentenza esattamente in questi termini; essa ricorda che i poteri di cui dispone l’Unione europea sono solo ed unicamente quelli che le sono stati attribuiti dai trattati istitutivi dell’Unione, ossia quei poteri che gli stati membri hanno via via deciso concordemente di conferire.

In altre parole, il potere dell’Unione Europea, o se si preferisce la sua “sovranità”, coincide esattamente con la sovranità che i paesi membri hanno deciso di cedere, e non può estendersi ed inglobare ulteriori competenze non previste dai trattati.

Questo vale anche per la CGE, nel senso che essa è sì l’unico giudice relativamente al diritto comunitario e alla sua interpretazione, ma non può esercitare tale potere in modo arbitrario, dando ai trattati un’interpretazione incomprensibile o ingiustificata.

In particolare, essa non può interpretarli in maniera tale da riconoscere agli organi comunitari (nel nostro caso, la BCE) poteri ulteriori rispetto a quelli attribuiti dai trattati, perché ciò si tradurrebbe in una illegittima compressione della sovranità degli stati membri.

Siamo così arrivati al nocciolo del ragionamento compiuto dai giudici tedeschi, che si può così riassumere:

  • le politiche economiche adottate in questi anni dalla BCE sono illegittime, perché eccedono i poteri che i trattati le attribuiscono (vedremo più avanti il motivo);


  • la sentenza della CGE che al contrario le riteneva legittime è anch'essa stata pronunciata in violazione dei trattati, poiché dà di questi un’interpretazione tale da riconoscere alla BCE poteri ulteriori rispetto a quelli che le sono invece concessi;


  • il tutto costituisce una violazione della Costituzione tedesca (Grundgesetz), poiché l’indebito allargamento delle competenze della BCE ha compresso la sovranità tedesca così come garantita dalle norme costituzionali, e da qui l’obbligo della Corte tedesca di pronunciarsi in merito.


2. Le ragioni dell’illegittimità dell’azioni della BCE


Chiarite quali sono le ragioni che, nell’ottica della Corte tedesca, hanno giustificato il suo intervento in materia entriamo ora brevemente nel merito della vicenda, e cerchiamo di capire in cosa consisterebbe la violazione dei trattati commessa dalla BCE e dalla CGE.


Il termine chiave in questo caso è “proporzionalità”, ossia il giudizio sulla ragionevolezza delle politiche monetarie della BCE e sulla loro attitudine a raggiungere gli obiettivi prefissati. Il ruolo della Banca Centrale infatti è molto cambiato a partire dagli anni della crisi del 2011/2012 e dal celebre “whatever it takes” dell’allora governatore Mario Draghi, con l’adozione di politiche che sicuramente sarebbero state ritenute impensabili e inaccettabili solo pochi anni prima.


Simili politiche monetarie “poco ortodosse” sono state ritenute indispensabili durante i periodi più acuti della crisi, ma con l’ovvio sottinteso che dovessero rappresentare l’eccezione, e non la regola, e che sarebbero durate solo per il periodo strettamente necessario al superamento della congiuntura sfavorevole.


Dopo svariati anni dalla loro implementazione, però, tali politiche sono ancora in piedi e ciò che inizialmente doveva essere l’eccezione si sta trasformando in una nuova normalità; è in quest’ottica che bisogna considerare il riferimento alla proporzionalità (o meglio, alla sua mancanza) fatto dai giudici tedeschi.


La Banca Centrale quindi, nel continuare a riproporre misure straordinarie, non avrebbe spiegato quale sarebbero le ragioni che rendono “proporzionata” la scelta di proseguire su questa strada, e allo stesso modo la CGE, quando ha affermato di non ravvisare alcuna violazione, non ha affatto chiarito dove stesse la proporzionalità delle azioni della BCE.


In questo modo, conclude la Corte, si è violata la sovranità tedesca, dal momento che una volta venute meno le condizioni che giustificavano un intervento straordinario ed invasivo della BCE tale intervento non è cessato.


3. Uno sguardo al futuro


La sentenza è rivolta a tutti gli organismi istituzionali tedeschi, che sono tenuti a rispettarne il contenuto; alla Bundesbank in particolare viene concesso un periodo transitorio di tre mesi per “realizzare il necessario coordinamento con l’ESBC (Sistema Europeo di Banche Centrali)”, dopodiché non potrà più partecipare all'acquisto dei titoli di stato all'interno del PSPP.


Visto il peso della Bundesbank all'interno del sistema delle banche centrali, già il semplice fatto che essa si ritiri dal programma di acquisto costituisce un duro colpo per la buona riuscita del piano di acquisto, ma le conseguenze non si limitano solo a questo.


Emerge infatti una volta di più come l’architettura istituzionale europea mostri degli evidenti punti di frizione; in questo caso il conflitto tra le Corti tedesca ed europea ruota intorno ad un giudizio sulla proporzionalità degli atti della BCE, ed è evidente che un criterio per sua natura indefinito e suscettibile di diverse interpretazioni possa portare interpreti diversi a giudizi diversi.


In simili casi sarebbe indispensabile, per evitare contrasti, che un solo giudice potesse esprimersi in maniera definitiva (un po’come la Corte di Cassazione ha l’ultima parola nel diritto italiano); tuttavia, per le ragioni sopra esposte, nella cornice attuale le corti costituzionali nazionali potranno sempre sindacare le decisioni della CGE, qualora ritenessero che questa abbia ecceduto le competenze attribuitele dai trattati.


Una scelta del genere però implicherebbe una cessione di sovranità in favore dell’Unione Europea enormemente maggiore rispetto a quella finora effettuata, e questo è uno scenario che al momento appare difficilmente realizzabile.


Senz'altro questa sentenza pone l’Europa, e i singoli stati, di fronte a un bivio; si potrà ricomporre la frattura cercando di superare le difficoltà che hanno portato la Corte tedesca a pronunciarsi così duramente, oppure questo segnerà l’inizio di un progresso inverso rispetto a quello visto finora, con una riappropriazione degli stati nazionali di prerogative che sembravano oramai irreversibilmente cedute all'Unione Europea.

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