• Maria Pezzato

Possono solo i paesi ricchi permettersi una gestione sostenibile dei rifiuti?

Aggiornato il: 30 apr 2020


La gestione dei rifiuti solidi è una questione che ci riguarda tutti. Sono, però, le società più vulnerabili a risentire in maggior modo degli effetti di una malagestione: gravi ripercussioni sulla salute, contaminazione dell’acqua potabile, vita e lavoro in ambienti poco salubri, perdita delle case e, talora, come nel caso del crollo della discarica Payatas nella periferia di Manila nel luglio 2000, anche della vita.


Questa situazione non sorprende: la gestione dei rifiuti è costosa. Nel grafico seguente viene rappresentato il peso percentuale di diverse operazioni di smaltimento, che peraltro costituiscono solo una parte di questo complesso processo, sull’economia del paese.

[World Bank, 2018]


*il criterio principale con cui la World Bank classifica le economie è il prodotto nazionale lordo per abitante:

• Low income, $1,045 o minore;

• Lower middle income, $1,046 - $4,125;

• Upper middle income, $4,126 - $12,735;

• High income, $12,736 o maggiore.

Le operazioni di smaltimento variano significativamente a seconda del livello di reddito. Nelle zone più povere circa il 93% dei rifiuti viene bruciato o accumulato nelle discariche a cielo aperto, spesso lasciati lungo le strade a causa della quasi totale mancanza di discariche. Nei paesi ad alto reddito, invece, solo il 2% dei rifiuti vengono abbandonati.


È evidente il legame tra ricchezza ed investimenti nelle tecnologie sostenibili per affrontare la gestione dei rifiuti. Nella lettura del grafico, si consideri che il primo passo verso una gestione sostenibile è la costruzione e l’uso delle discariche.


Un approccio sostenibile, dev’essere però applicato in ogni parte del mondo, indipendentemente dalla situazione economica e deve mirare


  • alla diminuzione della produzione di rifiuti,

  • ad un servizio efficiente di raccolta e smaltimento,

  • all’ottimizzazione del recupero delle risorse e dei bilanci energetici,

  • alla minimizzazione delle emissioni (gas serra, percolato, etc..) e dei rischi per la salute e per l’ambiente [Cossu 2019a].


Nei paesi industrializzati si cerca di raggiungere questo obiettivo tramite diverse tecnologie e strategie adottate dai programmi di intervento sociali e politici: Zero Rifiuti, gerarchia nella gestione dei rifiuti, economia circolare. L’ Unione Europa, ad esempio, sta facendo un grande sforzo verso una svolta in linea con l’economia circolare, modello che punta all’utilizzo del flusso di rifiuti come fonte di risorse secondarie portando al minimo l’impatto ambientale e facendo leva sul principio delle 3R: Reduce, Reuse, Recycle.


Sono modelli che non possono, però, essere trasferiti sic et simpliciter nei paesi in via di sviluppo. Bisogna, ampliare la visuale e considerare ogni contesto in relazione alla situazione sociale, economica e geomorfologica. Il rischio di importare tali strategie è quello di cadere in errori e fallimenti implementando tecnologie non appropriate, obsolete o non calibrate alle reali esigenze locali.


Gli ostacoli da risolvere in queste realtà non sono pochi nè di piccola rilevanza:

  • La gestione dei rifiuti non è sempre una delle priorità nelle politiche locali e nazionali

  • L’accesso all’elettricità. E’ stimato che circa 2 miliardi di persone nel mondo non siano collegate alla rete elettrica [Word Bank], come si può pretendere di implementare un processo di industrializzazione o di sistemi di riciclaggio, raccolta e trasporto dei rifiuti?

  • L’instabilità politica, la corruzione dilagante e la debolezza delle strutture istituzionali comportano fallimenti nelle azioni di gestione dei rifiuti e poca chiarezza nei ruoli e nelle responsabilità legali.

  • Una generale scarsa consapevolezza dei rischi di inquinamento e delle pratiche di gestione dei rifiuti, a causa di un basso livello di educazione presente ad ogni livello. A ciò consegue anche una grave mancanza di personale tecnico qualificato.

  • Il settore informale, largamente responsabile del riciclo. In tutto il mondo si stima siano più di 15 milioni le persone coinvolte in questo settore [Medina 2010]. I “Waste pickers” sono lavoratori, spesso delle fasce più vulnerabili: donne, bambini, anziani, disoccupati, migranti, che non sono supportati dal governo o inclusi in regimi assicurativi o di previdenza sociale.

  • Finanziamenti internazionali inappropriati coprono i costi di investimento solo nel breve termine e non coprono invece le operazioni nel lungo termine, causando un effetto contrario senza garantire un efficace trasferimento del progetto alle autorità locali.


Quale proposta possibile dunque per implementare in ogni caso una strategia sostenibile?


Studi recenti, in particolare di M.C. Lavagnolo e V. Grossule, hanno elaborato un modello molto interessante per l’applicazione di un’economia circolare nella gestione dei rifiuti nei paesi dell’area del sottosviluppo.


Si parte dunque dal presupposto di ripensare e riadattare il concetto di economia circolare alle realtà locali, in un passaggio dall’approccio delle 3R a quello delle 3S (Sanitisation, Subsistence economy, Sustainable Landfill)



La sanitizzazione costituisce il punto di partenza, in vista di un miglioramento della qualità di vita e delle regole igieniche alla base della gestione dei rifiuti. Consiste principalmente in queste buone prassi: portare via i rifiuti dalle case e dalle strade, evitare i roghi di rifiuti, la contaminazione del suolo per via del percolato, e il contatto con l'acqua.


Secondo aspetto è quello di favorire un'economia di sussistenza in cui il rifiuto sia visto come una risorsa ed assuma valore, diventi parte di un mercato, garantendo profitti economici ed opportunità. È fondamentale includere il settore informale in questo sistema, assicurando remunerazione e previdenza. Questo ramo, se organizzato e supportato, può essere benefico nelle due fondamentali direzioni: di creare posti di lavoro, ridurre la povertà, migliorare la competitività industriale a livello locale, e di ridurre i costi della gestione locale dei rifiuti e dei servizi sociali [Medina 2007]. Vi sono numerose organizzazioni di cooperative di riciclatori informali che si stanno muovendo in questo senso, raggiungendo anche ottimi risultati.


Infine, terza fase del ciclo, dal punto di vista tecnico, è importante la progettazione e la costruzione di discariche sostenibili, così da monitorare e contenere gli impatti nell’arco di tempo di una generazione (30-40 anni), raggiungendo un equilibrio con l’ambiente. In presenza di problemi tecnici ed economici è altresì necessario valutare soluzioni a basso costo, tecnologie di facile attuazione, funzionamento e mantenimento semplici, ottimizzazione e massimizzazione dell’uso delle risorse naturali e dei materiali in situ.


Affinchè l’intera strategia abbia successo è di fondamentale importanza il coinvolgimento delle parti interessate, dalla pubblica amministrazione alla popolazione; è perciò determinante uno sforzo unitario nella sensibilizzazione a diversi livelli (scuole, lavoratori, amministrazioni, etc..) tramite varie attività e strumenti di divulgazione. La generale mancanza di consapevolezza porta ad una completa assenza di una partecipazione attiva e, all’inevitabile fallimento di ogni tentativo di una gestione sostenibile dei rifiuti, processo che ci vede tutti, in tutto il mondo, protagonisti in prima persona.


Referenze:

Lavagnolo M.C., Grossule V., 2019. From 3R to 3S: an appropriate strategy for developing countries. Detritus Journal, 4, 1-3, CISA

The World Bank, 2018. What a Waste 2.0. DOI 10.1596/978-1-4648-1329-0

141 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti
REGISTRATI E RICEVI I NOSTRI AGGIORNAMENTI!
  • Grey Instagram Icona
  • Grey Twitter Icon
  • Grey LinkedIn Icon
  • Grey Facebook Icon

© 2023 by Il Concetto Economico

  • Twitter Social Icon
  • LinkedIn Social Icon
  • Facebook Social Icon
  • Instagram