• Francesco Frangiamore

Venezuela: i rischi di un’economia non diversificata e il peso dell’instabilità politica

Il Venezuela, agli inizi degli anni Ottanta, vantava il livello di reddito pro-capite più elevato dell’America Latina, eppure da diversi anni vive una crisi, non solo economica, causata in gran parte dalla riduzione del prezzo del petrolio. Il paese possiede circa il 20% delle riserve mondiali di petrolio. La sua economia si basa sull’estrazione di greggio e sull’industria petrolifera. Ciò implica che una crisi nel mercato petrolifero determina una riduzione del reddito e dell’occupazione. Questi sono i tipici rischi ai quali si espone un’economia che si concentra in un solo settore, e quindi un’economia non diversificata, quando si manifesta una crisi in quel determinato settore.

I malefici della non diversificazione!

Parte della ricerca economica si è concentrata sullo studio degli effetti di una maggiore diversificazione dell’economia sul tasso di crescita e sulla volatilità (ovvero su quanto siano rapide e ampie le variazioni del reddito di un’economia). Molti studi confermano gli effetti positivi di una maggiore diversificazione, e quindi di un sistema economico che è coinvolto in maniera bilanciata in più settori. Uno dei più recenti, pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale e condotto da A. Mclnytre, M. Xin Li, K. Wang e H. Yun, trova che una maggiore diversificazione porta a più elevati tassi di crescita dell’economia e a una minore volatilità (una minore variabilità del reddito e quindi una maggiore stabilità del sistema economico), utilizzando dati di 34 piccole economie per il periodo 1990-2015 (“Economic Benefits of Export Diversification in Small States” IMF WP/18/86). Sono pertanto evidenti i benefici derivanti dalla diversificazione dell’attività economica.

Il contrario accade in un’economia non diversificata come quella del Venezuela. Circa il 25% del PIL proviene dal settore petrolifero, e circa il 98% dell’Export è costituito da prodotti legati al greggio. L’elevata dipendenza dell’economia venezuelana dal petrolio porta dunque il paese ad attraversare una crisi nel momento in cui il prezzo del petrolio crolla (Figura 1). Tra il 2006 e il 2014, dove il prezzo del petrolio oscillava tra 100 e 125 dollari al barile, la congiuntura positiva del mercato petrolifero ha garantito una situazione economica positiva in Venezuela e la possibilità per il presidente Chavez di mantenere in vita uno pseudo regime di sinistra. Sotto il governo di Chavez sono state attuate diverse nazionalizzazioni, tra le quali l’istituzione della Petroleos de Venezuela (PDVSA), l’azienda statale che gestisce la maggior parte delle riserve. Tuttavia, dal 2014, il prezzo del petrolio è in costante riduzione e l’economia del paese ha registrato elevati tassi di crescita negativi (Figura 1). Un duro colpo arriva dalla recente caduta del prezzo del petrolio dovuta alla diffusione del Covid-19 e alla guerra dei prezzi innescata dagli attriti di due produttori di greggio, Russia e Arabia Saudita. Il successore di Chavez, Maduro, si trova adesso in difficoltà nel mantenere gli elevati livelli di spesa sociale implementati da Chavez per attrarre i consensi del popolo e garantire così la stabilità sociale e il mantenimento del potere politico. La riduzione delle entrate fiscali provenienti dal settore petrolifero è stata così colmata attraverso la monetizzazione dei deficit da parte della Banca Centrale, ovvero una eccessiva creazione di moneta che ha portato a un enorme aumento dei prezzi.


Nel 2019 l’inflazione ha raggiunto il 9.585,5%, mentre nel 2018 il 130.060% secondo i dati del Banco Central de Venezuela. Pertanto, il potere d’acquisto dei venezuelani si è ridotto drasticamente, con conseguenze negative sulla loro capacità di acquistare anche i beni di prima necessità. La riduzione delle entrate provenienti dall’esportazione di petrolio ha contribuito alla riduzione delle importazioni di generi alimentari e altri beni di prima necessità. Il combinato disposto di questi due eventi ha generato lo scoppio di una crisi umanitaria senza precedenti e un aumento del tasso di povertà dal 55% del 1998 al 90% del 2018. Sono aumentate notevolmente le migrazioni dal paese, non solo verso altri paesi latino-americani ma anche verso il Nordamerica e altri continenti.

Instabilità politico-istituzionale

La stabilità del governo di Maduro è stata compromessa e la situazione economica pocanzi descritta ha generato a sua volta una situazione di instabilità sociale e politico-istituzionale, da quando (gennaio 2019) Juan Guaidó, leader dell’opposizione, si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela. A distanza di più di un anno la situazione politica non è stata ancora risolta, anzi sembra essere peggiorata nei primi mesi dell’anno in corso, quando l’Assemblea Nazionale ha eletto un nuovo presidente in sostituzione di Guaidó, senza rispettare il quorum previsto (81 voti favorevoli su un quorum di 84 voti), mentre i sostenitori di Guaidò si sono riuniti nella sede di un quotidiano, essendo stati esclusi dall’Assemblea Nazionale, riconfermando Guaidò come presidente dell’Assemblea Nazionale, con un totale di 100 voti. L’instabilità politico-istituzionale contribuisce ad aggravare la già deteriorata situazione economica descritta sopra. Non meno importante è la mancanza di un sistema giuridico che tuteli la proprietà privata e che quindi scoraggia gli investitori e le multinazionali ad effettuare investimenti nel paese. A tal proposito, emblematico è stato l’esproprio dell’impianto della General Motors da parte di Maduro. Ciò dunque riduce gli afflussi di capitale provenienti dall’estero con un ovvio impatto negativo sugli investimenti.

Le azioni necessarie

Serve pertanto un totale cambio di rotta. Innanzitutto una transizione verso istituzioni più democratiche, possibilmente attraverso un processo monitorato a livello internazionale. Ristabilita la situazione istituzionale, è necessario attuare una serie di riforme volte ad attrarre investimenti e a diversificare il sistema economico, incrementando il peso di settori differenti da quello petrolifero. È necessario ridurre la dipendenza dalle importazioni di beni di prima necessità dall’estero. Ciò contribuirebbe a migliorare le condizioni di vita di un popolo stremato dalla carenza di tali beni e costretto a lasciare il paese.


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